Haiku...

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Tada oreba 
oru tote yuki no 

furi ni keri 

                  Issa (1763-1828) 

C'ero soltanto. 
C'ero. Intorno 

cadeva la neve.

Gli haiku sono brevi composizioni in versi caratteristici dell'antico Giappone. 
Rispettano la rigida regola metrica della composizione in 5/7/5 sillabe. 
Ciò vale per la lingua originaria, il giapponese, nelle altre lingue è convenzionalmente accettato un certo margine di elasticità. 

La regola formale è questa, ma la caratteristica più importante dell'haiku è che la breve poesia deve comunicare un senso d'immediatezza, di essenzialità, restituendo nei brevi tre versi l'ineffabilità dell'attimo  sfuggente (il qui e ora) dove, secondo lo zen, è già contenuta l'eternità. 

Generalmente perciò gli haiku hanno per  tema la natura, con il succedersi delle stagioni, gli animali, cioè esprimono stati  d'animo contemplativi, quasi come a voler fermare il tempo.


Una foglia, un soffio di vento, il silenzio dei monti, il fruscio improvviso... solo apparentemente rappresentano eventi minimalisti. Dentro un tonfo del cuore ci sta l'universo intero ed un singolo atto di violenza è la matrice di ogni guerra. Tra i grandi ricercatori che hanno studiato i fenomeni più irregolari come i tornado o i terremoti ed hanno poi dato origine a ciò che va sotto il nome di teoria del caos è ben noto il cosiddetto effetto farfalla, secondo il quale quando una farfalla batte le ali nel Nuovo Messico un tifone scoppia in Giappone. Se perfino la scienza vede le stesse relazioni nella turbolenza dell'acqua che fuoriesce dal rubinetto della cucina e nella turbolenza dei mercati finanziari, quanto più l'arte può sondare le profondità dell'essere con un tratto, un verso, un suono, 17 misere sillabe. 

L'haiku è un kata, cioè una via, con propri percorsi e specifiche caratteristiche. "A scrivere un haiku - disse Basho - basta un ragazzino alto come un soldo di cacio", gli stessi occhi spalancati per la prima volta sul mondo, il medesimo senso di stupore. Tuttavia, avendo perduto la primigenia innocenza, ci tocca un duro addestramento per ritornare ad essere semplici come bambini. Dobbiamo spogliarci di tutte le sovrastrutture, penetrare tra lo spesso fogliame dei concetti e dei preconcetti, liberarci dalle sovrapposizioni ideologiche e dalle giustapposizioni intellettuali, ritornare a respirare liberamente ed in profondità, quattro dita sotto l'ombelico, e riprendere a vedere le cose come sono (sonomama in giapponese). 

Dentro il kata dell'haiku c'è il naturalismo lirico dell'animo giapponese, ma anche il furyu, ovvero "il gusto proprio dello zen nella sua percezione dei momenti senza calcolo della vita", nel quale sono ravvisabili, come elementi strutturali,"quattro stati d'animo fondamentali": sabi, wabi, mono no aware, yugen, difficili da scindere, più ancora da descrivere, separati solo da sfumature sottili. 

Sabi è definita da alcuni come "quieta, intensa solitudine", ma non c'è tristezza in essa, bensì un non attaccamento, una non sovrapposizione del proprio ego agli eventi, così che paradossalmente ego ed evento sono una esperienza unica, senza fratture. Francescanamente parlando, c'è una così intima comunione negli accadimenti che tutto si snoda e si svolge "di per sé", in "una profonda, illimitata calma": 
Sedendo quietamente, senza far nulla 
Viene la primavera e l'erba cresce da sé... 

Ora, nelle giornate grigie ed uggiose, quando la nostra vita sembra sospesa nell'assenza di significati, e la malinconia ci visita; in quello stato sottile come una lama e immotivato come una tristezza cos'è che saltella d'improvviso sul davanzale? 
E' wabi, il rivelarsi dell'inatteso e profondo senso dell'essere dei gesti più modesti, di ogni piccolo evento. Il quieto riconoscimento, da cuore a cuore, "del-così-com'è" di ogni umile cosa. 

Poi viene aware: "Nel suono della campana del convento di Gion / c'è l'eco della caducità delle cose umane…", il momento del rimpianto e della nostalgia, il senso della transitorietà del tempo e del dileguarsi del mondo.
Aware, però, non è sofferenza cieca, e non va confusa con un senso irreparabile di perdita. L'onda corre sì verso la fine, ma trova il canto del tempo che passa, perché l'Oceano non passa e l'onda, nella sua fragilità è anche Oceano. Solo Oceano, vasto e illimitato. 

C'è yugen, infine, il mistero, l'ineffabile, l'inafferrabile...
Anche le misere 17 sillabe di un haiku, tendono con yugen ad essere persino ridondanti...

tratto da "Di Parola e di silenzio"
di Claudio Bedussi