Monti di Città

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INTRO
1987 -
Monti di città
1997 -
Sabrina
AI
1998 -
L’Eroe
Il Viaggio
EVA
6 Maggio
Caino
La Cella
Mare Mosso
1999 -
CRONOgrafia
2002 -
Due Destini
Una Ballata Sudata
British Roads
2003 -
Uriel
2004 -
Comunicare è vivere

INTRO 
Febbraio 2003

 Fin da piccololo ho sempre scritto ma, essendo sempre stato molto disordinato, quasi tutto è andato perduto.
L’unica testimonianza salvata è una breve poesia che avevo regalato a mia nonna che, con tanto amore, ha conservato fino ad oggi.

Commosso da questo ricordo ritrovato ho deciso di raccogliere  tutti gli scritti di cui ho conservato memoria, per non smarrire più in cassetti polverosi una parte di me.

Oltre alla poesia “Monti di Città” custodita da mia nonna, le opere qui raccolte sono state composte a partire dal 1997 e spaziano dalle storie brevi ai diari passando per le ballate e l’epica classica.


Monti di città

In città,
le cime di quei monti rossi risplendono al sole;
quei monti senza fiori, tristi.
Guardando alla finestra quel cielo oscuro
Il mio cuore si rattrista e guarda i monti;
penso,
al mio sguardo sfugge la città ma nella
mia mente risplendono quei monti rossi,
i tetti.

Nota dell'autore:
Ero un bambino con evidenti problemi psicologici... come si fa a scrivere cose del genere a 8 anni???


Sabrina

Miser Catulle desinas ineptire,
et quod vides perisse perditum ducas
Catullo

Tutto iniziò quando avevo circa 13 anni... in Sardegna!
C'era una ragazza di nome Sabrina con cui giocavo da parecchio tempo (5 o 6 anni) e proprio in quel periodo lei era andata in contro ad una "crisi depressiva" perché tutti la sfottevano. Io, "animo nobile", mi offrii di aiutarla e la consolai spesso... diventammo così "migliori amici". 
Tutti i giorni veniva a casa mia la mattina (io ero ancora in mutande!) a raccontarmi i suoi problemi e io le davo consigli come fanno gli amici... stavamo spesso insieme da soli, così spesso che tutti gli altri si erano convinti che fossimo fidanzati! Ma noi lo sapevamo bene, eravamo solo buoni amici, ottimi amici! 
Ma col tempo il mio sentimento nei suoi confronti cambiò: mi innamorai follemente di lei però subito non le dissi nulla, sapevo che lei era ancora "in crisi" per il suo "vecchio ragazzo" e non osavo farmi avanti.
Un bel giorno decisi di fare il "gran passo" e di "dichiararmi": mi sarei fatto avanti quella sera stessa!
Il pomeriggio stavo andando in bicicletta a fare la spesa quando la incontrai per la strada... lei raggiante mi si fiondò al collo dicendomi che si era appena rimessa con il suo vecchio tipo! 
Ero sconvolto, ma non avevo il coraggio di dire niente! Mi congratulai con lei come se niente fosse e andai avanti (se devo essere sincero non so ancora adesso come abbia fatto a non scoppiare in lacrime davanti a lei).
Il mondo mi era crollato addosso! 
Lei si accorse subito che ero cambiato, che ero triste, molto triste, e come facevamo di solito cercò di parlarmi e di capire perché ero così  depresso... ma io non potevo parlare, non avevo il coraggio, o meglio, la forza.
Facevo lunghe passeggiate da solo, isolandomi dagli altri... rimanevo triste e sconsolato sulla spiaggia, a gettare sassi in mare e a guardare le stelle... piangendo (a pensarci adesso forse la mia reazione fu esagerata... ero più “romantico”, forse troppo) 
Una sera, dopo l'ennesima volta che lei cercava di tirarmi su di morale, decisi di dirle tutto.
Mentre passeggiavamo da soli al chiaro di luna, più o meno singhiozzando, con qualche amara (forse erano più salate) lacrima che mi solcava il viso, le dissi ciò che provavo (che romantico. Allora non me ne ero neanche accorto perché ero troppo teso, ma adesso, ripensandoci, mi ricordo che era una bellissima serata d'agosto, calda, una di quelle notti in cui si vedono tutte le stelle)
Le dissi che l'amavo pazzamente, che ormai l'amicizia si era trasformata in qualcosa di più doloroso, di più travolgente... e ovviamente lei si rattristò molto! Non voleva lasciare il suo fidanzato ma non voleva neanche vedermi così triste... in fondo ero stato il suo migliore amico, la conoscevo meglio io di suo padre.
Adesso, dopo 5 anni, forse sono un po' pentito di averle dichiarato il mio amore.
Da quella sera tutto crollò. 
Gli eventi si susseguirono uno dopo l'altro freneticamente lasciandomi distrutto. Iniziammo a non andare più d'accordo... inoltre il fidanzato (un vero bastardo! Si era messo con lei per vendicarsi del fatto che lei lo aveva lasciato l'anno prima e per farla solo soffrire giocando coi suoi sentimenti) non voleva che io e lei ci parlassimo... ogni volta che io mi avvicinavo mi insultava e mi prendeva in giro davanti a lei... "ti piace Sabrina vero?"... "Ma le fai schifo!"... "Io sono molto meglio!"... si divertiva ad umiliarmi davanti al mio "grande primo vero amore". Io non avevo la forza di rispondere, mi sentivo annientato, un verme, un rifiuto, uno scarto! 
Dopo un po' smettemmo anche di parlarci... i rapporti si fanno molto difficili quando uno dei due sa che l'altro gli muore dietro perché vede qualsiasi cosa come un tentativo di fare colpo su di se. Non puoi più farle un piacere che lei non lo interpreti come un modo di mettersi in mostra.
Alcune volte, lo ammetto, lo facevo... non potrei mai scordarmi per esempio di quando mi tuffai da 16 metri gridando che l’amavo davanti a tutti (compresi i genitori!). Se devo essere sincero spesso mi piace mettermi in mostra, ma in quel caso era diverso: mi sarei sdraiato per terra e fatto calpestare per lei! Avrei fatto di tutto solo ad un suo cenno... altro che fare colpo su di lei... ero diventato un burattino senza volontà nelle sua mani, che col passare del tempo divennero fredde e "cattive".
L’estate finì... purtroppo lei vive a Milano ed io a Torino e quindi i rapporti con la distanza si fanno più deboli.
Con quell’ultimo giorno di vacanza iniziai una triste e sfortunata “tradizione” di “bigliettini” che le scrivevo prima di partire, in cui le confidavo il mio folle amore (ho scoperto, con relativo piacere, che li tiene ancora tutti... li conserva “gelosamente” nel diario).
Era scritto su un fazzoletto di carta da bar, anzi, quattro o cinque fazzoletti! Mi piaceva dilungarmi “poeticamente” su quello che erano i miei sentimenti per lei (e forse non ho ancora perso questo “vizio”).
Ovviamente non ebbi mai il coraggio di darglielo di persona... glielo diede Luca, un mio caro amico che vive a Milano e che “faceva parte della compagnia”.
Luca dopo qualche anno prese il mio posto di “amico del cuore” e nonostante in questi ultimi tempi si stiano allontanando si vogliono ancora molto bene come fratelli.
Quando tornai a Torino scoprii (con somma felicità!) che lei aveva risposto al mio “bigliettino strappalacrime” con una lettera di scuse... in fondo allora mi voleva ancora bene... avevamo passato un’estate indimenticabile (almeno per me!) assieme, anche se dopo si era rovinato tutto.
Dopo quell’estate soffrii ancora molto per qualche anno: lei continuava a vedere tutto in modo sbagliato, considerando ogni mia parola, ogni mia azione, come un modo per “conquistarla” e io non facevo altro che fare di tutto per lei, alimentando la sua tesi. 
Le estati si susseguirono simili, con tanto di bigliettini finali e pianti ...
Dopo un anno si lasciò dal tipo (la lasciò lui... con tanto di bastardata finale) ma poco dopo si mise con un altro, forse ancor peggio!
Con questo “secondo” le cose  all’inizio sembravano funzionare: sembrava felice ed io ero abbastanza contento per lei (ma si può veramente chiamare felicità il sentirsi annientato per amore?).
Continuammo a vederci d’estate come tutti gli anni, ma ogni anno le cose andavano sempre peggio finché non arrivò al momento di odiarmi! 
Adesso, dopo tutto questo tempo, forse posso anche darle ragione... le stavo troppo appiccicato, ero la sua ombra, non potevo vivere senza di lei, anche se continuava a disprezzarmi e a “scacciarmi” come si fa con degli insetti fastidiosi.
Ma per fortuna ci vedevamo solo d’estate e durante il resto dell’anno praticamente non ci vedevamo (non pensavo sarei mai stato capace di dire “per fortuna”... a me sembrava la fine del mondo non poterla vedere tutto l’anno e ogni volta alla partenza dalla Sardegna mi aspettava almeno un mesetto di “depressione totale”). 
Il fatto di non vederci aiutò a dimenticare, per tutti e due. 
Le tensioni si allentarono e l’estate dopo ero deciso a dimenticare Sabrina, anche se, purtroppo, non mi resi conto di quanto fosse difficile l’impresa. Ero convinto di potermi dominare, avevo fatto dei progetti, ma il “castello di carte” crollo non appena la vidi.
Ritornai nel buio più totale, però riuscii a nasconderlo molto bene, probabilmente perché lei smise di trattarmi male e cercò di riconciliarsi con me e perché quell’estate arrivò da Roma una nuova ragazza di nome Sara che mi aiutò molto.
Sara era molto disponibile, ascoltava i miei problemi e mi dava consigli e lo stesso feci io con lei dato che si era fidanzata con un mio amico della “compagnia” che si chiama Carlo e vive a Torino.
A pensarci adesso l’arrivo di Sara fu un vero “salvagente” perché oltre a consolarmi fece anche da “ambasciatore” per me con Sabrina (tra ragazze si può parlare più liberamente). Si informò su cosa pensava di me e con mia immensa felicità lei rispose che mi voleva bene (come amico) e che ci teneva alla mia amicizia, che dispiaceva anche a lei che io soffrissi così tanto ma (come sapevamo benissimo tutti) non poteva farci niente: non ero io il suo amore, nonostante dicesse spesso che ero molto carino (ma l’amore è un’altra cosa, non basta l’attrazione).
Anche dopo quell’estate partii lasciando un bigliettino, ma fu diverso dal solito (almeno così cercai di farlo). Non le dichiaravo più il mio amore ma cercavo di esprimere il fatto che probabilmente mi ero rassegnato. Se devo essere sincero quando scrissi quel bigliettino ero tutt’altro che rassegnato, sapevo che non avevo speranze, ma l’amore da una resistenza, o una stupidità, fuori dal comune...
L’anno che passò tra un’estate e l’altra mi aiuto veramente a dimenticare Sabrina... forse quel bigliettino era una profezia ...
Quando tornai in Sardegna ero ansioso di vederla e di capire cosa provavo ancora per lei.
Lo capii subito, non appena la vidi: non provavo più niente! Non era la Sabrina di cui mi ero innamorato, non era cambiata solo fisicamente (incredibilmente era migliorata. Non pensavo fosse ancora possibile!) ma soprattutto mentalmente: era stata colpa del suo ragazzo, l’aveva lasciata e fatta soffrire ancora e lei si era “chiusa”. Forse era più matura, ma sicuramente non era più la “mia Sabrina”, il mio primo amore, la persona per cui avrei fatto di tutto.
Se personalmente ero cambiato, ed erano cambiate anche le mie “emozioni” per lei, non cambiarono le idee dei nostri “amici” che continuarono a sfottermi (lo fanno ancora adesso, dopo tutti questi anni).
Questo decisamente non mi aiutò: non fa bene a nessuno il ricordo di una sofferenza del genere, soprattutto quando te la fanno pesare come un fallimento.
Quell’estate si fidanzò con un mio amico di Torino che era venuto per la prima volta in Sardegna  e, se devo essere sincero, questa volta aveva davvero toccato il fondo.
Si sono lasciati qualche mese fa, come al solito l’ha lasciata lui, e ripensandoci devo dire che “se l’è proprio andata a cercare!”.
Questo ragazzo era un “acerrimo nemico di famiglia” delle mie cugine (per una storia lunga e complicata che non ho voglia di raccontare) che avevano fatto di lui, prima che arrivasse, una pessima pubblicità. Anche le mie cugine facevano parte della “compagnia” ed erano amiche di Sabrina.
Lei sapeva benissimo com’era e cosa “faceva” (cose troppo brutte da raccontare... e poi sono fatti suoi!) ma decise comunque di fidanzarsi con lui.
A me diede un po’ fastidio il fatto che un amico che avevo ospitato in casa si era fidanzato con la “donna della mia vita”... lui sapeva benissimo tutto quello che c’era stato ma non si preoccupò per niente. Per fortuna il “brutto periodo” l’avevo superato e ormai non mi importava più molto di quello che faceva Sabrina o con chi si metteva, ma come al solito, “per fortuna”, ci sono gli amici, sempre pronti a rinfacciarti tutto, sempre pronti a riaprire una vecchia ferita. Qualcuno si inventò che avevo fatto una scenata davanti a mia madre perché questo tipo mi “aveva fregato la ragazza” e ovviamente la voce raggiunse anche Sabrina. Io mi affrettai a smentire (in effetti non avevo fatto proprio niente) e lei mi credette, spero, anche se ancora adesso ho il dubbio che lei pensi io sia ancora innamorato.
Quando finì l’estate ero decisamente libero dalle sue “catene”, ormai ero certo di non provare più niente per lei, ma quell’esperienza mi provò in maniera dolorosa!
Sono sicuramente cambiato dopo tutte quelle sofferenze, tutte quelle sere passate a piangere da solo. 
Non mi sono mai più innamorato come allora, e forse è proprio colpa di tutto quello che ho provato. Ormai il mio cuore ha creato una specie di “barriera protettiva” che mi impedisce di innamorarmi di nuovo pazzamente. Ci sono state sicuramente altre ragazze, ma nessuna è riuscita a sconvolgermi come lei. Adesso sono più maturo e guardo queste cose con più serenità o, forse, più scetticismo.

Nota dell’autore:
Il vero nome della ragazza di cui ero follemente innamorato è Camilla,  ma durante la stesura del racconto avevo però preferito non utilizzarlo.
Il nome “Sabrina” è un omaggio alla protagonista femminile della versione italiana del cartone animato “E’ quasi magia Jhonny” tratto dal fumetto di Izumi Matsumoto Kimagure Orange Road

 

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AI

breve storia di una macchina umana


Non ignara mali 
miseri succurrere disco.
Virgilio

Il Dottore  era un genio, ma solo. Viveva nella vecchia casa vicino al fiume, dove ormai anche la natura aveva deciso di andarsene: non un fiore, non un albero, non un animale.
Ma lui aveva deciso, doveva cambiare tutto, doveva avere una figlia: non una ragazza qualsiasi, la migliore delle ragazze possibili.
Le notti passarono, il Dottore non si fermò un attimo, ma alla fine nacque: Ai, un robot umano, molto più umano di molti altri che si consideravano tali.
Ma lo sforzo era stato troppo: non aveva potuto gioire della sua creatura, morì pochi giorni dopo la nascita di sua figlia.
Ai adesso era sola, come suo padre. Ma lei era diversa, voleva vedere il mondo, voleva conoscere, aveva quella forza che era mancata al Dottore.
La strada che portava al villaggio era tutta dissestata, ma tanto Ai non aveva un carro che potesse traballare, non aveva niente.
Dopo poco il paesaggio intorno a lei iniziò a cambiare: i fiori, che prima non aveva mai visto, iniziarono a variopingere quel mondo che per lei non era stato altro che una casa desolata.
Gli alberi si alzavano sui fianchi della strada e dopo poco anche qualche animale iniziò a farsi avanti: erano un po’ spaventati da quello “strano essere” ma spesso la curiosità vince la paura più di quanto non lo faccia il coraggio. 
Ai sapeva parlare, o meglio esprimere dei suoni come aveva programmato il Dottore, ma non riusciva a capire quello che gli altri “cosi”, pelosi o piumati che fossero, le stavano dicendo. All’inizio pensò che quelli fossero gli Uomini e decise quindi di fermarsi con loro. Ma si sentiva diversa, non riusciva ad esprimersi, non riusciva a comunicare.
Alcuni Uomini erano ostili, quando si avvicinava mostravano zanne affilate e tentavano di afferrare le sue gambe e le sue braccia e di tirarle, poi scappavano via. Fu allora, dopo un altro morso (così il Dottore aveva chiamato quel comportamento) che Ai decise di andarsene. Quelli non potevano essere gli Uomini.
Inconsciamente, nei circuiti del povero robot, si era creata la speranza, o l’illusione, che il paese degli Uomini fosse il posto migliore del Mondo, e lei doveva trovarlo.
Riprese la strada che aveva abbandonato per seguire gli Animali, così li aveva identificati dopo la breve convivenza, e continuò il suo cammino.
Ai si rese subito conto di essere arrivata in un posto diverso quando, improvvisamente, gli Alberi erano diventati gialli, bassi, sottili, uno vicino all’altro come un mare ondeggiante al soffiare del vento... mare, che strana parola aveva pensato...  non capì perché le era venuta in mente ma decise che era bella, e chiamò quel paesaggio mare.
La gioia, altra strana parola per lei, ma che esprimeva bene il suo stato d’animo, almeno così pensava, la invase quando vide una casa. Non era uguale a quella in cui era nata, ma la somiglianza era notevole e decise quindi di entrare.
La porta era chiusa e questo la stupì molto dato che a casa del Dottore non aveva mai trovato porte chiuse. “Poco male” pensò, la sua forza era sufficiente ad “aprirla”. 
Un urlo, questo fu tutto quello che sentì. Non ne aveva mai visto uno, o forse sarebbe meglio dire “sentito”, ma per lei non faceva differenza, le sensazioni erano tutte uguali, tutte “mostruosamente” affascinanti.
Un essere più basso di lei con dei strani peli, molto lunghi, sulla testa (il Dottore non ne aveva ) era nascosto in un angolo e continuava ad urlare finché un suono non giunse familiare: “Vai via”. La sua mente riconobbe subito quelle parole, quello era il “Parlare” quindi quello era uno degli Uomini. La felicità per aver trovato un suo “simile” si trasformò presto in tristezza quando, dal suo cervellone meccanico, arrivò il significato di quelle parole, “vai via”, che quell’essere continuava a ripetere.
Sconsolata uscì dalla casa e ritornò sulla strada.
Trovò un’ altra casa e un’altra ancora, ma il comportamento degli Uomini era sempre lo stesso, e identico il significato delle loro parole.
Ormai aveva visto diversi esseri e li aveva inquadrati nelle sue memorie: uomini, donne, bambini, vecchi, alti, bassi, con gli occhi blu o marroni... tutte cose che conosceva già, ma in modo diverso.
Tutte le sue idee preconfezionate erano cadute.
Seduta su un muretto iniziò a pensare, ma subito decise di smettere, poiché solo brutti ricordi emergevano dalle sue celle di silicio  che aveva sparse in tutto il corpo.
Decise di spegnersi: gli Uomini non erano quello che aveva sognato, non vi era una vita migliore lontano dalla casa del Dottore.
Ma uno strano rumore la fermò: proveniva da dietro un muro mezzo distrutto... era un grido, ma non di paura come i tanti che aveva sentito, ma di dolore. Si avvicinò e vide un uomo, solo come lei, che piangeva perché il muro gli era crollato addosso e si era rotto una gamba. Chiedeva aiuto. Ai decise di aiutarlo, era capace, era stata programmata. Fece tutto il possibile per “ripararlo” e stranamente l’uomo non scappò; il muratore, era questo il suo lavoro, avrebbe voluto farlo, se solo avesse potuto, ma rimase stupito: l’essere metallico lo aveva aiutato, ora non gli faceva più paura. Ai si sentiva felice perché aveva trovato un amico, ma il muratore era triste, non poteva più continuare il suo lavoro. Le memorie biologiche di Ai dicevano di aiutarlo: “un amico si vede nel momento del bisogno”, questa era la frase che si agitava tra i suoi circuiti. Il robot decise di costruire tutta la casa per il muratore che, per ricambiare, decise di ospitarlo. 
La diffidenza e la paura degli “Uomini” si trasformò in un nuovo sentimento, stano: tutti la volevano conoscere, tutti la chiamavano, tutti volevano il suo aiuto.
Ai era felice di essere amata, così pensava, e si mostrava disponibile con tutti. Ma quando tutti i lavori furono finiti, lei rimase sola. Nessuno la chiamò più, nessuno più aveva bisogno di lei, anche il muratore l’aveva abbandonata, una volta guarita la gamba.
Allora le ritornò in mente quel pulsante, piccolo, rotondo, rosso, dietro un vetro, al centro del suo petto di ferro: doveva spegnersi.
Rimase a pensare tutta la notte prima di farlo, non riusciva, le mancava il coraggio. Ma cos’era il coraggio per una serie di circuiti stampati?
Un input, una scarica di elettroni si mosse nel suo corpo, il braccio si alzò e ruppe il vetro.
Ai si spense per sempre alle 6:50 di mattina, sola.
Gli abitanti del villaggio continuarono la loro vita di tutti i giorni, ma qualcosa mancava, non capivano. Si chiesero dove fosse finita Ai, ma ormai era tardi: la trovarono in un vecchio magazzino abbandonato, per terra. Allora capirono, erano stati ingiusti, l’avevano sfruttata, usata e abbandonata come un oggetto, non l’avevano mai considerata viva, non avevano mai cercato di capire i suoi sentimenti, non era mai stata una di loro.
Piansero e pregarono, avrebbero voluto cambiare il passato, cambiare il futuro. 
Le loro preghiere erano sincere. Il Dio degli Uomini decise di ascoltarli e una luce brillò sul robot e una lacrima le solcò il viso: Ai era diventata un essere umano.

Nota dell’autore:
Il nome “Ai” sta per “Artificial Intelligence” (Intelligenza Artificiale) e in Giapponese il Kanji “Ai” significa Amore.
La storia è in parte ispirata al fumetto Video Girl Ai di Masakazu Katsura.  

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L’Eroe

Odi et amo. Quare id faciam, 
fortasse requiris. Nescio, sed 
fieri sentio et excrucior
Catullo

Prologo:
L’aria era fresca... una nuova giornata primaverile si era appena affacciata nella mia vita di tutti i giorni, una vita tranquilla, di scuola, amicizie  e amori, come ogni diciottenne di questa che ormai era diventata la città più importante dello Stato: la Città del Nord.
Mi chiamo Sabrina e sono una di quelle ragazze che molti definirebbero “secchiona”.  Ma cosa vuol dire in realtà questa parola? Boh! Non l’avevo mai capito! Forse che i miei interessi erano la matematica o la fisica, o le scienze e la letteratura, i libri invece dei fumetti? Era questo forse il significato di quello che ormai era diventato un insulto comune...

L’eroe:
Ero appena uscita di casa per andare ad un appuntamento. Ero emozionata, distratta, non mi rendevo conto che qualcosa stava cambiando, che la gente per strada era agitata, che i telegiornali non facevano altro che parlare di una cosa: il BIG BANG, un improbabile terremoto che, secondo molti, avrebbe potuto decidere le sorti della Terra abbattendo numerose città. Ma io non ci credevo! Chi erano gli scienziati a cui era venuta in mente questa buffonata? Tutto era sereno in giro! Comunque erano cose che non mi interessavano! Aveva già i miei problemi con lui: Alessandro... Oggi dovevo dirgli tutto, sarebbe stata la mia grande occasione!
Continuai a camminare a passo svelto verso l’ABCB, il bar dove gli avevo chiesto di venire il giorno prima, quando lui incredibilmente accettò.
Non mi rendevo conto che la natura intorno a me era sconvolta per qualcosa di “superiore”, il mio animo agitato non mi permetteva di vedere neanche quelle grandi “masse nere” che volavano via verso la salvezza: grandi stormi di uccelli che, inspiegabilmente per quel periodo, seguendo il loro istinto di sopravvivenza, scappavano da quella che sarebbe stata l’ “Apocalisse” . Ero sorda a questi eventi. Non mi interessava nulla! Se fossi riuscita a dichiararmi… se lui avesse accettato... allora sì che sarebbe iniziata una “nuova era”!
A scuola era sempre stato gentile con me:  veniva a chiedermi favori, scherzava, studiavamo insieme ed io ne ero follemente e irrimediabilmente innamorata. Era proprio quel suo “modo di fare” con me che mi aveva dato la sicurezza di dichiararmi. Ma l’amore rende ciechi e sciocchi, e nonostante questa sia una “frase fatta” fin troppo sfruttata, spesso descrive quella che poi si rivela l’amara verità.
Finalmente giunsi davanti all’ABCB: ero perfettamente in orario ma lui non era ancora arrivato. Decisi di entrare per prendere un tavolino un po’ appartato, dove si potesse parlare senza “orecchie indiscrete” e, incredibilmente, lo trovai subito: quel bar, ritrovo principale dei ragazzi della zona, perennemente pieno, era deserto! Il fatto mi stupì molto, ma immediatamente non lo associai al BIG BANG... e sbagliai!
Dopo circa un quarto d’ora finalmente arrivò! Inutile dire che mi sembrarono secoli! E’ incredibile come il tempo sia relativo... Einstein aveva ragione!
Mi vide subito, forse perché eravamo gli unici clienti del locale! e si diresse con quel suo modo di fare sicuro verso il tavolino. Come lo amavo! Si sedette di fronte a me e mi salutò affettuosamente come faceva di solito e io emozionatissima ricambiai il saluto.
Iniziammo a parlare di cose stupide, come si fa di solito, del “più e del meno”, di quello che aveva fatto a casa, dei compiti che voleva gli passassi, come al solito! Prendemmo alla larga il discorso insomma, ma ad un certo punto decisi di muovermi! Iniziai a parlargli dei miei sentimenti, gli dissi che ormai, continuando a stargli vicino, mi ero “presa una cotta” per lui! Non potevo certo dirgli che l’amavo più della mia stessa vita... mi avrebbe preso per una pazza!
Alessandro rimase in silenzio per un po’, poi iniziò a ridere! Non capivo quel che voleva dire e chiesi spiegazioni! Mi disse che lui non provava niente per me, eravamo solo compagni di classe! Non stava 
con me perché “gli ero simpatica” ma perché lo aiutavo a studiare! 
Sconvolta dalle sue parole mi misi a piangere. Da allora non disse più nulla. Mi alzai e mi diressi verso l’uscita in lacrime e lui mi seguì. Non sapevo cosa fare! L’amavo, e il sentirmi rifiutata era la cosa più dolorosa che avessi mai provato. Nonostante tutto ero sua, prigioniera di quegli occhi azzurri, di quella camminata, di quel modo di fare: tutto in lui mi affascinava e mi sconvolgeva!
Ormai la mia identità si era annientata in lui e la mia volontà si era persa nei meandri della ragione, sconfitta da un sentimento troppo forte per il mio piccolo cuore. 
Improvvisamente un boato... una luce diffusa... delle grida... era un’esplosione! Molto lontana... ma anche terribilmente violenta... qualcosa aveva fatto tremare l’intera Città... e fu l’inizio della fine... 
Le macchine come impazzite iniziarono una tremenda fuga verso chissà dove, scappando da un pericolo invisibile ma ben presente! Le persone per la strada iniziarono a gridare sconvolte... era il caos... e solo dopo mi sarei resa conto di quanto questa parola così enigmatica... “caos”... fosse incredibilmente legata ad un’altra parola, a cui prima neanche credevo, io giovane totalmente sicura delle teorie scientifiche che avevo studiato... “il caso”!
Il marciapiede davanti all’ABCB iniziò lentamente a sollevarsi sotto i miei piedi finché sia io che Alessandro non fummo sbattuti a terra proprio in mezzo alla strada, dove poco prima, sconvolta, avevo notato le auto correre in una folle fuga contro la morte! Fu un attimo: non mi resi conto di quello che stava accadendo. Il mio corpo, le mie braccia, le mie gambe, tutto di me si getto su Alessandro abbracciandolo fortemente. Non era paura, era l’istinto, l’istinto di sacrificare la propria vita per la persona amata: una macchina, che proprio in quel momento stava per investire la mia unica ragione di vita, si schiantò contro il mio fragile corpo che gli aveva fatto da scudo. 
Non sentivo più nulla, anche la vista mi stava abbandonando. Nonostante avessi ancora gli occhi pieni di lacrime potei ancora chiaramente vedere ciò che fu l’unica consolazione per quella terribile fine: Alessandro mi stava reggendo la testa con un braccio e mi guardava con un’espressione che ancora adesso farei fatica a definire. Un urlo fu l’ultima cosa che sentii della sua voce: un’espressione sincera, ne sono sicura, lo vedevo nei suoi occhi, proprio quegli occhi che mi avevano stregata adesso stavano piangendo e continuavano a fissarmi. Ormai non c’era più niente attorno a me, solo io e lui in un limbo di pace e di serenità che la mia fantasia aveva sempre sognato... “NOOOOOOO!” 
Queste furono le ultime parole che sentii durante la mia breve ma intensa vita sulla Terra: era il grido disperato di Alessandro che, fortunatamente, si salvò per vivere felicemente sulla Terra, salvato da quell’esplosione che mi aveva ucciso. 

Epilogo:
Adesso posso vedere con gioia il mio sacrificio: Alessandro si è sposato e vive felicemente con la sua famiglia ma io, ora che posso scrutare nel cuore degli uomini fin nel profondo, scorgo ancora in lui il ricordo di quella che rimase come traccia indelebile nella sua anima: il ricordo di una giovane ragazza di nome Sabrina che lo amò a costo della vita!

Conclusioni:
Cos’è veramente un eroe? Bisogna veramente avere capacità fuori dal comune per esserlo?
Sono davvero necessarie una forza ed un’intelligenza straordinarie?
No, basta una sola cosa, piccola e grande allo stesso tempo, ma fondamentale. 
Bisogna amare... più della propria stessa vita... 

Nota dell’autore:
Il nome “Sabrina” è un omaggio alla protagonista femminile della versione italiana del cartone animato “E’ quasi magia Jhonny” tratto dal fumetto di Izumi Matsumoto Kimagure Orange Road 


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Il Viaggio

Trangar
non flectar
Orazio

Prologo:
Ho freddo... 
Molto freddo... 
Sto morendo... 
E’ tutto bianco... 
Il cielo sopra... 
Il suolo soffice... 
Chiudo gli occhi... 
Se solo non fossi partito!
Una morte bianca mi sta attanagliando le membra... 
Chissà cosa starà facendo... Lei...

Il Viaggio:
Il Cancello era chiuso, tutto nella Città era sigillato. L’Era Bianca era da poco iniziata ma subito si era caratterizzata per la sua forza e per la sua perseveranza. Nel nostro Regno non sentivamo nulla. 
Ormai non uscivo dai confini da parecchio tempo.
Stavo passeggiando per la Strada del Sole, era molto affollata. La sua casa era poco più avanti. Avevo deciso di passare lì quel periodo, mi sarei trasferito per un po’, almeno finché l’Era Verde non fosse arrivata, poi avrei dovuto riprendere il Lavoro con gli altri.
Quando arrivai la porta era aperta. Strano! Entrai chiamandola ma nessuna rispose: era uscita? Dovevamo incontrarci!
La cercai per il resto della casa. Strana atmosfera. Il mio cuore iniziò a battere velocemente, corsi come un pazzo da una stanza all’altra... NOOOO!
Era lì, distesa per terra. Mi avvicinai per guardare meglio, toccandole la fronte per capire se era successo ancora e il mio dubbio non ci mise molto a diventare una fredda pugnalata nel cuore infrangendo tutti i miei sogni e quei progetti, come un’Era di Speranza spazzata via in un attimo, rivelando la caducità delle cose.
Dovevo andare a prendere la Cura prima del nuovo Giorno o Lei mi avrebbe lasciato ancora e questa volta per sempre!
Ma la Cura era molto difficile da trovare in un Era Bianca come quella, nella città non l’avrei trovata, dovevo rompere il Sigillo e uscire!
Nessuno si era mai allontanato dal Regno in un’Era Bianca e soprattutto la violenza di quella avrebbe scoraggiato chiunque si fosse mai sognato di farlo e non servivano più le Leggi imposte all’inizio del Tempo che vietassero l’Uscita perché ormai la Vita e la Ragione avevano imposto una Società basata sulla Sopravvivenza del Gruppo e tutti si rendevano conto della propria utilità nel Sistema come semplice mezzo operativo.
Non mi importava!
Corsi fuori lasciandola lì per terra (non dovevo assolutamente muoverla senza che la Cura avesse fatto prima effetto) e mi diressi verso quella strada che ormai non percorrevo dall’ultima Era Verde, la strada che conduceva al Cancello dell’Albero, l’unica via secondaria accessibile anche nelle Ere Bianche, per fortuna deserta.
Tutto cambiò!
Avevo appena superato la soglia del Regno quando, improvvisamente, una Luce diffusa e insostenibile per i miei poveri occhi abituati alla perenne penombra della Città avvolse tutto come un manto ovattato e silenzioso che cerca pian piano e costantemente di soffocarti in un sonno d’oblio e di perdizione, dove non potresti trovare altro appiglio che in te stesso e nella tua fiducia e voglia di continuare a vivere.
Mi allontanai con passo svelto verso la Cura: non avevo percorso che pochi Spazi quando girandomi non vidi più il Cancello e neanche le impronte che i miei piedi avrebbero dovuto lasciare!
Avanti, potevo andare solo avanti.
Ma c’era ancora un “avanti”?
I Sensi non esistevano più! Non li percepivo!
Sotto?
Sopra?
Dietro?
Davanti?
Bianco!
Silenzio!
Uguale!
Un senso di nausea cominciò a farmi vorticare la testa fino a quando l’unica mia percezione rimasta attiva non fece altro che rivoltarsi contro il suo povero padrone mostrando l’ultima sensazione legata a quel mondo di Luce che ancora non avevo provato grazie alla mia spessa Corazza: il Freddo!
La sua bianca spada non ci mise molto a ferire quella protezione che consideravo invincibile e che mi aveva protetto da tanti attacchi in tante Ricerche passate.
Mi inginocchiai sotto i suoi colpi implacabili pregando che un improvviso miracolo riportasse al nostro tempo un’Era Verde piena di Sole e del suo tiepido abbraccio, delle sue calde carezze sulle mie pesanti membra, del suo tranquillo amore.
Mi venne in mente lei... ero qui per Lei!
Non potevo cedere, dovevo lottare per portarle la Cura prima che il Tempo mi passasse avanti portandosi via la sua dolce Esistenza.
Provai a rialzarmi e mi feci avanti forte del suo pensiero a riscaldarmi il cuore contro quel Dio che cercava di fermarmi. Ormai non sentivo più nulla. Fuori. Dentro. Il silenzio ovattato che mi aveva circondato entrò in me rendendo cieco e sordo il mio piccolo animo indifeso. Andavo avanti. Era una forza sovrannaturale che mi spingeva. Non ero più solo! Non era più la futile battaglia di un Essere contro il volere del Freddo, era qualcosa di più, molto di più... Epico! Lo scontro fra due divinità superiori che spesso si prendono gioco del nostro corpo e del nostro destino strapazzandoci come burattini privi di Senso: il Freddo armato di spada e l’Amore sceso dal cielo a proteggermi! Mentre loro combattevano la loro guerra il mio corpo continuava a protrarsi verso il vuoto che lo sovrastava. 
Un’ombra!
Qualcosa di gigantesco aveva turbato l’armonia mortale di quel bianco surreale. Nero!
Si avvicinò!
Sempre più vicino!
Sempre più grossa!
Sempre più nera!
Sopra di me!
Scese dal cielo qualcosa a porre fine alle mie sofferenze: una nera sagoma indistinta mi schiacciò sotto il suo enorme peso fracassandomi la Corazza segnando la fine di quell’epico scontro tra due divinità così maestose. Il Freddo prese il sopravvento su un corpo ormai sordo anche all’Amore, privo di Forza, privo... adesso...
Ho freddo... 
Molto freddo... 
Sto morendo... 
E’ tutto bianco... 
Il cielo sopra... 
Il suolo soffice... 
Chiudo gli occhi... 
Se solo non fossi partito!
Una morte bianca mi sta attanagliando le membra... 
Chissà cosa starà facendo... Lei...

Epilogo:
Non mi ero mai reso conto di quanto fosse grande l’Universo, non avevo capito come fosse complessa la realtà! Cos’era la mia esistenza in un Mondo come quello?
Ero una Formica!  Eravamo tutti assieme, noi Formiche, gli altri Esseri del Creato,  loro, gli Uomini... ma lì non c’era più differenza, eravamo tutti uguali,  tutti Spiriti liberi e informi che parlavano la stessa lingua. 
In questo Mondo trovai anche il mio Amore:  non ero tornato da Lei con la Cura, allora aveva deciso di venire da me per rimanere per sempre assieme.  


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EVA

Ex nihilo nihil

“EVA IS DEAD.”
Una scritta lampeggiante apparì sul mio monitor in una calda mattina di Giugno… ma potevo davvero definirla “calda” adesso che la temperatura della città era governata elettronicamente?
Non la conoscevo da molto, non più di due mesi.
Ci eravamo incontrati per caso vagando per un cafè virtuale di un megabytestore pubblico sotto la directory /CFC.com, in uno di quei brevi momenti in cui non stavamo facendo il Gioco, come tutti i giorni.
Si chiamava EVA, almeno questo era il suo nickname. Era l’ultima donna rimasta. Era morta. Strano. Aveva solo 85 anni!
Adesso ci saremmo estinti di sicuro... io, un misero impiegato della CyberSun di 93 anni, che per la pensione ne dovrà aspettare almeno altri 30 (ma chi mi darà una pensione adesso che non c’è più nessuno?), un semplice cybernauta chiamato ADAMO, non potevo più fare niente. 
Era tutta colpa del Gioco.
Una di quelle solite multinazionali multimediali multiassociate aveva messo sul mercato quello che poteva sembrare il solito programma per il sesso virtuale non più di 80 anni fa, ma il Gioco, così ormai veniva chiamato, non fu soltanto una fortunata invenzione per la ditta che l’aveva prodotto: ben presto divenne un oggetto indispensabile per tutte le famiglie, per tutti i single, per tutto il genere umano!
Sono cresciuto in un mondo senza carezze: ormai tutti i bisogni di questo tipo venivano soddisfatti da macchine programmate. Appagavano tutti i sensi, dal tatto all’olfatto, dalla vista all’udito, dal gusto al piacere, stimolando elettronicamente i centri nervosi del mio corpo. Non costava neanche molto: in meno di dieci anni il suo prezzo era sceso così tanto che ormai anche i poveracci potevano permetterselo e chi non aveva i soldi lo aveva rubato. 
Era la paura.
La gente non voleva rischiare di prendersi delle malattie avendo contatti fisici con gli altri sudici esseri umani e preferiva la comunicazione informatica:  pulita, sterile, sicura.
Sono vergine, almeno secondo il senso che aveva questa parola per i miei genitori Come me lo era EVA… e anche gli ultimi cinquanta milioni di morti ultracentenari, che hanno lasciato questa terra senza discendenti, senza eredi, vuota o, forse, libera.
Mi ricordo di aver letto da qualche parte che l’uomo si sarebbe ucciso con le sue mani, con l’inquinamento, con una guerra nucleare, con un virus creato in laboratorio... cazzate!
Non abbiamo avuto voglia di avere rapporti umani, preferendo la stretta di un pacchetto di Bit all’abbraccio di una donna, pensavamo fosse lo stesso, ottenevamo gli stessi piaceri, gli stessi risultati, così pensavamo... stupidi!
Nessuno voleva più avere figli: erano sporchi, costavano fatica e denaro e non rendevano niente... è tutto finito!
Ormai è tardi, cosa posso fare?
Tanto comunque non avrei potuto avere figli, non potevo provare la sensazione di avere un bambino dentro di me, bella o dolorosa che fosse, ero un maschio, cosa poteva fregarmene? Avrei provato lo stesso piacere con lei o con il Gioco, ne ero sicuro, c’era scritto sulla confezione! E poi era sicuramente più pulito il Gioco!
Adesso che sono solo con chi parlerò?
Non potrò più scambiare i miei Bit con il vicino, non potrò mostrare l’archivio di cui vado tanto fiero a nessuno, neanche ad Eva... peccato... mi annoierò per almeno altri vent’anni, prima che questo flaccido corpo non riesca più a rigenerarsi... ma che differenza fa? Centoventi o centoquarant’anni... comunque li passerò col Gioco, almeno lui non mi lascerà!
Mi concentro sul programma, si apre: READY? START.
Ormai sono dentro, ancora una volta. 
Mi stancherò mai? Forse. 
Adesso che ci penso mi sembra sempre uguale. 
Chissà come sarebbe stato quello “vero”?
Sono stufo. EXIT? YES.
GAME OVER  

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6 Maggio

Il tempo sempre bello
crea il deserto

Prologo:
Sono le piccole storie di pessimo gusto che scuotono maggiormente il nostro animo.

6 Maggio:
Conducevo una vita tranquilla, là vicino al fiume, sempre che fiume si potesse chiamare quel misero corso d’acqua che attraversava il paese.
Mi aveva visto crescere, era sempre stato lì, calmo, sereno, pacifico.
Io ero felice, mi piaceva quel posto: i prati verdi delle campagne vicine, i rumori sottili dei bambini nella pineta dietro di me, il ripetitivo chiasso del mercato lontano al Giovedì, ma solo al Giovedì!
Come potrei scordare i profumi? Il soffice aroma della primavera, il pesante e cupo sapore dell’autunno... quante stagioni ho visto passare sulle mie spalle... ben 60! Ma paragonata a quei pezzi da museo della via all’angolo sono davvero una bambina.
Era il 6 Maggio, non potrò mai scordarlo. Era strano.
Una primavera iniziata presto aveva lasciato posto a densi momenti di pioggia: là al paese non avevano mai visto una cosa del genere, nemmeno quelle più anziane. Ma io non ci facevo caso, un po’ di pioggia non avrebbe fatto male a nessuno né tanto meno a me, giovane dell’ultima generazione.
Stava ancora piovendo quando arrivò il mostro.
Fu tutto molto veloce, arrivò su dal fiume in un attimo, con un lungo abito densamente marrone, mi prese, io ero lì vicino a quell’amico fidato che mi scorreva accanto da sempre. Le sue braccia possenti mi cinsero e con incredibile forza mi strinsero lasciandomi senza respiro: non potevo liberarmi da quell’impeto, mi mancarono le forze di ribellarmi al destino che mi sopprimeva.
Con una spinta sorprendente mi penetrò.
Un’onda incredibile abbatté le mie difese, su e giù senza smettere entrava,  usciva, rientrava senza fermarsi, portandosi via tutta quella purezza, quel candore che mi circondava, quelle ricchezze che avevo dentro.
Mi sentivo impotente, mi vergognavo, lo odiavo.
Perché io? Perché doveva succedere tutto questo a me?
Era tutto inutile, ormai era dentro e non sarebbe uscito finché tutto il suo vigore non fosse stato consumato in quel movimento ondulatorio che tanto mi sconvolgeva e mi deturpava.
Come venne se ne andò passando oltre, senza fermarsi, senza voltarsi, lasciandomi lì da sola: non un conforto, sporca e impura dopo quel momento che rovinò irrimediabilmente la mia vita.

Epilogo:
L’ondata di fango passò oltre la casa in riva al fiume raggiungendo il paese e devastando ogni cosa: le macchine vennero travolte, i negozi allagati, le persone uccise. Adesso non rimane che una spessa coltre di melma ad avvolgere tutto, anche l’imbrattata speranza.
 

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Caino

Homo homini lupus
Plauto

“Caino smettila!” Continuava a ripetere quella rompiscatole.
Non avevo fatto proprio niente! Non era colpa mia come pensava lei… Eva.
Il gregge si era sparpagliato sulla piana, ormai alcuni capi si erano avventurati nel bosco e presto sarebbero stati facile preda dei lupi che popolavano quel lato della collina... non era colpa mia!
Abele, sempre ben visto da mio padre, si era messo a parlare con un albero durante la guardia nonostante gli avessi chiesto di controllare quelle stupide bestiacce al posto mio, mentre cercavo quei piccoli ciottoli bianchi che avevo imparato a scalfire così bene da farli sembrare denti e lame.
A gran fatica recuperai tutti quegli animali lanosi che ancora non avevano conosciuto il sorriso biancastro dei lupi e li avevo riportati nel recinto.
Fui sgridato!
Un favore... gli avevo chiesto solo di controllare le capre al posto mio per un po’ e lui come al solito si era distratto, perso in quel mondo che non capivo e non m'interessava affatto.
Avevano incolpato me!
Adamo ed Eva non posso davvero chiamarli genitori! Due che mi consideravano lo sbaglio più grosso della loro vita, peggiore ancora della cacciata dall’Eden! Amavano Abele. 
Maledetti!
Era tutta colpa loro se dovevo lavorare dalla mattina alla sera stando dietro a quei quadrupedi monotoni! Loro si erano fatti cacciare! Loro avevano mangiato la mela! Io non l’ho neanche mai vista! Perché dovevo lavorare? Forse non mi sarebbe piaciuto vivere sotto il continuo sguardo di quel tizio che scrutava ovunque e in ogni momento, quello che credeva di aver creato tutto, anche noi! Illuso! L’Eden non faceva per me, lo ammetto, ma anch’io dovevo avere il diritto di non lavorare, come loro avevano avuto la possibilità perdendola per un serpente ed una mela.
Ero proprio stufo! Di tutti!
Abele, con quel suo sguardo innocente, stava ancora parlando con quell’albero poco fuori il recinto, sulla piana del pascolo … cosa avrà da dirgli? Non lo sopportavo. Perché doveva essere il favorito? Perché tutte le attenzioni dei miei genitori dovevano essere indirizzate a lui? Perché? Io ero sicuramente il più forte, non avevo dubbi, ero decisamente il più intelligente, io!
Lucidai accuratamente i miei tesori: quei sassi bianchi scheggiati da ambo le parti, affascinanti, personali, li assottigliai limandoli, affilandoli, divennero piccoli e affilati “denti di lupo”... li sollevai al cielo per osservarne la purezza, la perfezione simmetrica, il brillio sotto i raggi del sole che ormai si stava allontanando come ogni volta, allungando l’ombra della casa fin oltre il fiume.
Abele era ancora lì, vicino a quella pianta insulsa, e ci sarebbe rimasto per almeno altri due giorni, come faceva di solito, per “parlare con le creature di Dio”,  almeno così diceva.
Eva non si preoccupava: nessun animale sulla terra avrebbe potuto fargli male e anche le bestie più feroci rimanevano docili a parlare con lui durante la notte. Ormai succedeva da parecchio tempo ma, come tutti sanno, tra “amici” si litiga... le bestie sono irrazionali... sono cose che succedono ...
Sul volto di Caino apparve un beffardo sorriso quando con un’ultima stretta di corda finì di fissare saldamente tutti i dentini su due pezzi di legno finemente lavorati che avevano assunto la forma di una bocca di lupo: due schiere di bianche lapidi si opponevano frontalmente, una sull’altra, punta contro punta, stringendosi in una morsa fatale con una perfetta unione, come un ghigno diabolico.
Uno strumento di morte, il primo, molto ingegnoso.
A notte fonda fissò i due pezzi di legno alla sua mano, uno al pollice uno alle altre quattro dita opponibili, un gesto naturale, un morso di lupo, fatale.
Uscì con la Morte che gli camminava accanto nel suo abito nero che si fondeva nel buio circostante, si avvicinò ad Abele furtivamente, da dietro, non c’era nessuno, solo Caino, Abele, la Morte... silenzio.
Con un colpo secco i denti di pietra affondarono nel tenero collo del fratello.
Provavo un senso di piacere nel sentire quel piccolo corpicino caldo agitarsi, il profumo di sangue che mi impregnava le mani, e posso solo immaginare la felicità dei miei sassolini potendo sguazzare liberamente in quella pozza di carne macerata.
Lentamente il caro fratellino mi lasciò e per la prima volta la Morte trovò lavoro sulla Terra.
Ero quasi dispiaciuto che una parte di gioia se la fosse presa lei, potendosi impossessare del destino di quella persona che tanto avevo odiato. Ma il corpo era mio! Poteva impossessarsi della sua anima ma quel bastardo era mio!
Adamo ed Eva non dovevano trovarlo... noi non troviamo mai le capre che vengono prese dai lupi … solo brandelli e ossa al limitare del bosco…
Lo tagliai a pezzi con le lame più lunghe che non avevo inserito nelle mascelle di legno dopo averlo trascinato vicino a quella selva che di notte avrebbe spaventato chiunque. Con l’aiuto di quella “bocca di lupo” che l’aveva ucciso lacerai ulteriormente i brandelli come tanti morsi: una “lotta per mangiarselo”.
Forse fu il rumore, o forse l’odore del sangue: due occhi... bianchi... si avvicinarono... una sagoma... nera... ringhiava... un lupo... vero!
Mi saltò addosso ma la sua voglia di uccidermi fortunatamente si consumò sul mio braccio sinistro. Con il puntone di roccia nell’altra mano ancora proteso che affondava nel petto dell’animale caddi all’indietro trascinandolo sopra di me. Il suo stesso peso mi salvò: un sordo rumore di ossa rotte e di organi schiacciati venne dalla sua cassa toracica che premeva contro il mio corpo e, per fortuna, contro quella stessa lama che aveva perfettamente tagliuzzato mio fratello poco prima.
Era perfetto!
Scappai verso casa gridando e chiamando Adamo che in breve fu fuori. Ancora sporco di sangue e tremante raccontai di aver sentito dei rumori provenire dal bosco e uscendo avevo visto un lupo azzannare Abele, avevo lottato con tutte le mie forze ma era troppo tardi: quell’animale se l’era portato via e avrebbe ucciso anche me se non l’avessi trapassato con uno di quei sassi che avevo trovato il giorno prima, mentre dovevo fare la guardia alle pecore, e per cui ero stato sgridato.
Con la morte di quel bravo ragazzo la mia vita migliorò sensibilmente: le attenzioni di una madre premurosa e ormai vecchia che si può consolare solo con le gioie del figlio rimasto, l’eredità di tutto il bestiame che avrei dovuto spartire con mio fratello, il potere del controllo assoluto su tutta la Terra... tutto perfetto… 
 

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La Cella

Quandoque bonus 
dormiat Homerus
Orazio

La luce proveniente da una fessura fu l’unica cosa che vidi. La stanza era rotonda e il dolore lancinante che mi martellava la testa diede un ulteriore senso di vertigini e disorientamento... là dove non c’erano certezze o appigli, mi riaccasciai a terra. …
Lentamente i sensi si risvegliarono... le guance iniziarono a sentire il freddo e umidiccio pavimento. Quello che prima sembrava un incessante martello si rivelò come il gocciolio di un rubinetto spaccato vicino ad un tavolino... la luce... cercai di fissarla... ora distinguevo chiaramente la piccola finestra là in alto, da cui filtrava un tenue e pallido raggio di sole, che prima era sembrato insostenibile alla vista e luminosissimo. Cercai di mettermi seduto, ma le poche sicurezze che avevo appena conquistato svanirono e privo di forza mi ritrovai disteso. 
Mi sdraiai pancia all’aria e iniziai a fissare il soffitto: non era molto distante... non più di un metro e mezzo dal mio naso... nero a macchie verdi come un “bellissimo manto” di muffa fresca, rigogliosa, viva! La vista di quella “tappezzeria” mi procurò un certo disgusto, accentuato dal fatto che improvvisamente ritrovai l’olfatto, risvegliato da quel “piacevole sentire”. 
Riprovai ad alzarmi... un profondo respiro, che forse fu più dannoso che d’aiuto, e, finalmente, riuscii a mettermi seduto sulle ginocchia (il soffitto era troppo basso per alzarsi)... era già una conquista... ma la testa continuava a farmi male e un vorticare di odori acri... suoni insistenti... buio e luce... poca luce... molto buio... e profondo e nero... e il gocciolio... la muffa... la gola... già... cosa centrava la gola??? 
Improvvisamente mi resi conto di avere sete, molta sete! Provai a camminare a carponi verso il rubinetto, che improvvisamente sembrò lontanissimo.... affrettai il passo, per quanto il dolore di restare in ginocchio su dei freddi blocchi di pietra mi consentisse... ma c’era qualcosa... da dietro... una mano mi stava toccando la spalla e cercava di prendermi... era calda... mi sembrava... più calda del pavimento... ed era viva! Cercai di dimenarmi... mi protesi in avanti per sfuggire a quella stretta mortale... AHHHH!
...
Mi ritrovai disteso per terra nella mia camera da letto, pallido, tremante e con un grosso bernoccolo in testa. 
Mia madre mi stava fissando preoccupata. Aveva ancora la mano protesa verso di me, quella mano che “aveva cercato di afferrarmi”.
“ Hai fatto un brutto sogno! Non dovresti bere così tanto la sera! Torna a dormire!” mi disse... e se ne andò...
 

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Mare Mosso

ovvero
Liguria - Sardegna
sola andata

...come fare una traversata in barca a vela senza restarne traumatizzati…
o quasi!


Loano 16-07-98

H 20:00
La vista è magnifica dal balcone di casa, un leggero venticello agita le cime degli alberi e il lungomare è deserto. E' ancora abbastanza chiaro, nonostante il sole sia già scomparso dietro le montagne alla mie spalle. La partenza è stata fissata per domani, venerdì 17, all'ora di pranzo in modo da arrivare a Calvi, a Nord - Ovest della Corsica, alla stessa ora del giorno seguente (speriamo!)
Non sono agitato…la traversata è l'ultimo dei miei pensieri e, stranamente dato che oggi pomeriggio ho dormito di merda, mi sento riposato e sereno…sarà la vista del mare...
Il cielo è di un azzurro luminoso, biancastro, ma densi cumuli sovrastano l'orizzonte, verso Sud, verso la Corsica… 
La previsioni meteo non sono molto incoraggianti… "Ultime 4 o 5 ore per effettuare la traversata Riviera - Corsica con veloci barche a motore. I velisti sarà meglio che bordeggino lungo costa. Dal primo pomeriggio si prevede vento forza 7 intorno Ovest - Corsica ed estremo sud del golfo di Genova, localmente burrasca forza 8 su Capo Corso" …dove dobbiamo andare noi…
Mentre scrivevo ha telefonato mio padre, che adesso è a Torino e arriverà domani mattina e sentendo l'ultimo bollettino da mia madre ha detto che forse partiremo subito…comunque domani daremo un'ultima occhiata alle previsioni…speriamo bene!

H 20:58
Ho finito di cenare e sono tornato a scrivere…adesso fa abbastanza freschetto e una profonda brezza di mare spira da Sud, piena di umidità, quasi malinconica al cadenzare delle onde sul bagnasciuga (si scrive così? …"bagnasciuga"…non avevo mai scritto questa parola…)
La passeggiata è ancora deserta …sia i vecchi (il 70% di Loano) sia i giovani (15% sopra i 13 anni e 15% sotto) non si fanno vedere… probabilmente per le 22:00 ci sarà così tanta gente da non poter camminare, sbucata dal nulla in un attimo.
Tra poco anche noi quattro (io, mio fratello e le due cugine) usciremo, ma i due "Capurso" torneranno presto, domani li aspetta una giornata pesante… forse…


Loano 17-07-98

H 7:00
Mi sono svegliato alle 6:30 per sentire le previsioni meteo…ne abbiamo sentite 5…diverse! Comunque quella di RAI1 (fatta da un generale della Marina … che quindi solo per questo mi sta già sul ca**o) sembra essere buona e secondo mio padre è la più affidabile. 
Mia madre è partita per portare mio fratello all'aeroporto e Fulvio si è rimesso a letto perché questa notte dovremo fare il turno più brutto, da mezzanotte alle cinque di mattina!
Dopo che il "capitano" (= mio padre) ha spiegato di aver aggiustato il motore della barca perché l'alternatore era rotto, mi sento un po' più preoccupato! Speriamo non si rompa ancora durante la traversata…

H 9:40
Sono in macchina all'aeroporto di Genova, abbiamo appena "spedito" Luca ad Olbia, beato lui! Sono stanchissimo! Adesso dobbiamo andare al porto per lasciare la MIA macchina in modo che mio padre, tornato dalla Sardegna con la Tirrenia a metà vacanza, non si trovi a piedi… speriamo non me la rubino…anche se è scassata è sempre la mia cara macchinina…anzi la "nostra"!
Sembra che le previsioni meteo di stamattina siano azzeccate…forse il mare sarà calmo e il Maestrale (vento da N-O) ci spingerà dritti fino in Corsica, a Calvi, dove troveremo Tiziana e Sandro ad aspettarci. Fa un caldo incredibile!
Genova fa schifo! La puzza di smog impastata con una buona dose di afa e abbondanti secchiate di rumore rende il quadro più surreale: una città frenetica imbrigliata tra colonne di cemento e di automobili, straziata dai camion e affogata dall'industria, tra il grigio chiaro di un fumo che non si dissolve mai. E non c'è un mare per farvi rispecchiare il sole, già si riflette sull'asfalto lucido, che si fonde sotto la calura.

H 11:50
Finalmente abbiamo finito di caricare le ultime cose in barca, ma forse non partiremo. 
Il METEOFRANCE da vento forza 7-8 (burrasca) per la notte, completamente diverso da quello che diceva il generale della Marina…inizio a pensare che se ai tempi di Noè ci fossero state le previsioni meteo, probabilmente sarebbe morto anche lui.

H 13:00
Dopo aver sentito altri quattro bollettini e aver risentito per ben 3 volte 'sto METEOFRANCE di merda forse abbiamo intuito, quasi magicamente, che mia madre aveva capito male, dato che era in francese stretto (dialetto provenzale!) e che il vento forza 7-8 era da un'altra parte, un posto con un nome strano…non sappiamo neanche dove sia, infatti mio padre è sceso dalla barca a chiedere informazioni (se non l'avessi capito siamo ancora attaccati al molo…non è che è sceso mentre eravamo in mezzo al mare…non si sa mai…meglio chiarire).
Ho appena finito di mangiare un po' di insalata di riso e sto ascoltando, con grande delizia, "Truly madly deeply".

H 15:45 
Siamo ancora qui! I miei hanno paura di 'sta "Balagne", la zona misteriosa dove c'è mare e vento forte… abbiamo sentito altri bollettini: quello di San Remo ci ha "consigliato" di non partire, quello di Genova diceva vento da N - O forza 4… perfetto per arrivare in Corsica. Inizio a non capirci più niente. Io partirei anche subito, mi sono davvero scocciato di stare qui… sarò un irresponsabile, ma dovremmo partire subito anzi, saremmo dovuti partire 4 ore fa!
Adesso mio padre è uscito a vedere il mare… speriamo…

H 16:30
Non partiamo… "la Balagne", questa famigerata "terra tempestosa" è la regione di Calvi, la nostra prima tappa, quindi beccheremo in pieno la burrasca se ci dirigessimo adesso proprio lì…
Almeno secondo un paio di bollettini meteo. Probabilmente partiremo domani mattina alle 8:00, sperando che la situazione migliori. Comunque 'sta notte dormiremo in barca, "per abituarci, per non perdere il giro" dice mio padre. Adesso vado a prendermi un gelato "di consolazione". 
…in effetti, c'è un bel vento anche qui in porto… ma da Sud!!!

H 17:30
Gli ombrelloni della spiaggia sono tutti chiusi per il vento, nonostante ci sia parecchia gente. Il mare è decisamente agitato e le onde arrivano fino a riva infrangendosi fragorosamente.
Fa un po' freddo. Il Mezzogiorno sta lentamente mutando in Levante…chissà come cambierà questa notte…
Luca è già arrivato in Sardegna da tempo e ha anche fatto il bagno a P.to Taverna, una spiaggia bellissima vicino casa…beato lui… il prossimo anno lotterà per non fare la traversata!
Secondo mia mamma Calvi è un posto stupendo: se partiremo davvero domattina presto e la prima tirata durerà 24 ore, arriveremo in porto la mattina seguente in modo da avere la giornata libera e la notte per riposarci…ma inizio a dubitare che partiremo domani.

H 21:00
Domani mattina partiremo quasi di sicuro… 'sta notte dormiremo in barca e alle 8:00 del 18-07-98,  lasceremo il porto di Loano per Calvi, rotta 167°, distanza 96 miglia marine.

S'agita il vento
Al tramonto
Schizzi di bianco
Pennellata imperfetta
Di un pazzo
E' solo
Il vento da Est
Contro 'l sole a Ponente
E' solo
Il ritmo spezzato
Da scogli affilati
E' solo il mare
Il vento e il poeta


Calvi 19-07-98

H 9:30
Sono ancora intontito per la traversata e ho decisamente male al sedere perché è… ustionato! La barca ciondola dolcemente nel porto e non si sentono rumori provenire da fuori. 
Tutto è cominciato ieri… sabato 18 luglio 1998… 
"….WROOOOOOO…" è con questo fastidioso rumore nelle orecchie che alle 7:30 io e Fulvio ci siamo alzati, sballottati a prua da onde casuali che facevano ballare fastidiosamente la cabina.
Non appena uscito capii subito che eravamo partiti e che quel rumore, il motore, mi avrebbe accompagnato per le prossime 24 h e sarebbe stato meglio se mi fossi abituato. 
Provai a stare fuori…il mare era decisamente mosso, densi nuvoloni sovrastavano la Liguria alle nostre spalle. Il vento, freddo e salato, mi schiaffeggiava violentemente e, nonostante cercassi di lottare, iniziai a temere di stare male. Dopo un'oretta di lotta psicologica mi arresi e presi una xamamina, la classica pillola per il mal di mare, che ti stordisce come una martellata sulla testa e ti fa "miracolosamente" addormentare. Aspettando il suo effetto mi sdraiai sul ponte della barca a prua…non mi sentivo proprio "in forma"…come se mi stessero prendendo a calci nello stomaco…ma era qualcosa di più particolare: i calci venivano da dentro! Come se non bastasse la testa mi martellava incessantemente, qualcuno mi stava prendendo a pugni sulla nuca! Lentamente, e con non poca sofferenza, in questa "colossale rissa", fra calci e pugni mi addormentai nel posto sbagliato…come purtroppo capii solo cinque ore più tardi.
Fu il caldo a svegliarmi… erano le 12:30, il mare si era calmato e il vento era decisamente scemato rispetto a quello di poche ore prima… non mi accorsi subito della cazzata che avevo fatto, ma mi  bastò sedermi…mi ero addormentato a pancia sotto, indossando solo una maglietta e le mutande e il sole di mezzogiorno non aveva risparmiato il mio fondoschiena che ancora adesso bruciava clamorosamente: il segno che mi hanno lasciato le mutande fa paura. Dal bianco latte al rosso brillante! Mia mamma dice che almeno quest'anno non avrò il segno del costume a mezza coscia… ma sinceramente ne avrei fatto a meno volentieri!
…èda un bel po’ che stanno suonando le campane qui a Calvi… forse perché è Domenica. 
Mio padre è fuori che parla con i "vicini di barca" assieme a mia madre e Fulvio, l'unico che non sia ancora uscito sono io…e non perché indosso le mutande, ma perché volevo scrivere subito tutte le cose che erano accadute il giorno prima…e ora continuiamo questo lungo "flashback"…
Dopo essermi alzato mi venne subito fame…probabilmente perché la mattina non avevo fatto colazione per motivi "di guerra"! 
Decidemmo di mangiare tutti insieme, mia mamma tirò fuori l'insalata di riso (col mais!) e un po’ di pomodorini e iniziammo a pasteggiare. 

H 11:45
Sono appena tornato da un giro di "perlustrazione" a Calvi! Fa molto caldo e adesso andrò a farmi un bel bagnetto prima di partire per la Girolata. Dopo "iniziammo a pasteggiare" siamo usciti, ci siamo "risistemati", io mi sono addirittura fatto la barba (non me la facevo da Rivarossa!) e poi siamo andati in un bar a fare colazione (ho preso un frappé al cioccolato che sembrava molto latte e Nesquik!). Dopo aver zittito lo stomaco abbiamo visitato il posto…molto bello, dietro la prima fila di case s'è una stradina con tanti negozietti davvero carini.
Adesso che sono ritornato in barca uscirò subito per farmi quel "famoso" bagno… sembra proprio che non riesca a finire il racconto di "sabato 18"… e dire che le cose più belle devo ancora raccontarle!

H 12:15
Il bagno è stato magnifico: l'acqua fresca mi ha risvegliato le membra intorpidite dalla traversata del giorno precedente, per non parlare poi della doccia fredda fatta sulla banchina del porto!
Adesso stiamo partendo per la Girolata dove, se il tempo lo permette dato che non c'è un porto, ci fermeremo la notte. 
Ritornando a ieri pomeriggio, e precisamente a dopo "iniziammo a pasteggiare", mi sdraiai ancora a prua, cercando di stare all'ombra delle vele, ascoltando il Walkman. Mentre oziavo tranquillamente mia mamma incominciò a sbraitare…"la balena!!!" Mi alzai di scatto e corsi a poppa a vedere: a non più di 50 metri ad intervalli regolari usciva dal dorso di un "coso" enorme, molto più grande della nostra barca, con una pinnetta nera verso il fondo. Non era la prima balena della mia vita, ma allora non potevo immaginare che poco dopo ne avrei viste altre, e molto più vicine! Come al solito mia mamma era preoccupata che ci "speronasse"… sicuramente l'urto con un animale del genere ci avrebbe fatto affondare, ma sono sicuro che anche lei si sarebbe fatta male, non le conveniva venirci addosso…rimasi tranquillo ad  ammirarlo finché non se ne andò e quindi tornai ad ascoltare il mio Walkman soddisfatto. Dopo neanche un'ora di attesa altre urla! Questa volta non di spavento, ma di gioia…era un branco di delfini che si stava avvicinando. Non passarono molto vicini alla barca, ma scattai comunque alcune foto…ma il grosso doveva ancora venire…
Poco dopo, infatti, un branco di delfini molto più numeroso si mise all'inseguimento della nostra barca…una volta raggiuntici iniziarono a saltare, giocare, passarci sotto, accanto… vicinissimi! 
Io ero a prua e potevo vederli benissimo…saranno stati a non più di un metro di distanza dai miei piedi e l'acqua era così trasparente, che era come non ci fosse. Nelle loro evoluzioni sembravano quasi ammaestrati…si mettevano a gruppi di tre, si aspettavano per saltare tutti insieme… Mia mamma e Fulvio, presi dall'euforia, decisero di fare il bagno lì, in mezzo al mare, con i delfini, che però decisero di snobbarli e non si avvicinarono a più di dieci metri da loro… io, devo ammetterlo, non feci il bagno anche perché avevo paura, oltre a non averne assolutamente voglia. Pensavamo di aver visto tutto… ma ci sbagliavamo… più tardi, saranno state ormai le cinque del pomeriggio, avvistammo un'altra balena…

H 13:30  In mezzo al mare…
Abbiamo lasciato Calvi da un'oretta, mio padre sta tirando su lo spin, quella vela grande e colorata che ha la forma di un palloncino…o meglio di una fetta d'anguria! Adesso sono proprio all'ombra di questa vela. Abbiamo appena pranzato: un panino con prosciutto crudo (ovviamente), pomodorini e formaggio…cose che avevamo comprato a Calvi.
La cittadella si vede ancora alle nostre spalle, tra il mare e le montagne, immersa nel verde. 
C'è una serena pace tutt'intorno…si sente solo lo sciacquettio della barca che avanza pigramente sospinta solo dal vento. All'orizzonte la vista del mare sconfinato calma gli animi e appacifica lo spirito. Se continueremo di questo passo (lentamente…ma con estrema dolcezza) arriveremo alla Girolata 'sta notte…troppo tardi!
Dato che dovremo passare la notte all'ancora, sarà meglio arrivare al massimo nel tardo pomeriggio, in modo da poter trovare un ancoraggio sicuro.
Con un continuo passare tra passato e presente… riprendiamo il racconto di quello che stavo dicendo ieri…
…questa volta fu mio padre a vederla per primo, era molto vicina, meno di trenta metri e, in effetti, faceva abbastanza paura, almeno questa volta. Entrava e usciva dall'acqua increspandone la superficie, soffiando ogni tanto alti spruzzi dal buco sulla schiena a mo' di geyser che per la pressione si vaporizzavano in mille goccioline multicolori. Lo spettacolo non durò più di cinque minuti, ma fu decisamente spettacolare!
Il vedere "qualcosa" di vivo più grosso di una barca passarti vicino è abbastanza "sconvolgente"…
Poco dopo (un'oretta… ma in mare un'ora non è niente) scorgemmo un'altra balena! Ormai ci eravamo quasi scocciati di 'sti "pescioni" ma la novità fu che questa volta sulla scia dell'animale c'era una grossa chiazza rosso sangue!

H 13:50
Whoooooo... che palle! Hanno riacceso il motore perché andavamo troppo piano… abbiamo anche ammainato lo spinnaker quindi addio ombra!
…scusa l'interruzione un po' brusca… dov'ero arrivato?
Alla "chiazza di sangue"… immagino stesse partorendo, dal momento che per perderne una simile quantità da fare una macchia grossa parecchi metri quadrati avrebbe dovuto avere una ferita mortale! E poi pochi minuti dopo sbucò fuori un'altra balena! Non sono sicuro che quello fosse effettivamente il "piccolo" (si fa per dire), ma immagino di sì…o forse sarà stato un parente venuto per assistere il parto, o magari un'ostetrica!
Comunque dopo un po' si allontanarono in coppia, l'una accanto all'altra e non si fecero più vedere. Dato che ormai si era fatto tardi decidemmo di cenare: questa volta non presi l'insalata di riso, ma mi accontentai di cracker e formaggino (MIO…quello per bambini) con un po' di noccioline e biscotti (PALICAO così umidi che sembravano di gomma… uno schifo!). Come cena faceva abbastanza pena… ma in barca bisogna accontentarsi!
Stanco della giornata (quando si naviga per diverse ore, anche solo senza muoversi troppo ci si stanca parecchio) io è Fulvio ci coricammo sottocoperta. Non era passata neanche mezz'ora che mia madre iniziò a chiamarci perché c'era un'altra balena! Guardai mio fratello senza neanche alzarmi e iniziammo a ridere… dopo tutto quello che avevamo visto, una balena non ci sconvolgeva più di tanto… ci girammo dall'altra parte e continuammo a dormire.
Non ho più parlato di bollettini meteo e previsioni non perché non ne abbia più sentiti, ma perché li reputo abbastanza noiosi! 
Secondo gli ultimi "avvisi ai naviganti" il vento dovrebbe venire da N-O, come nei giorni passati… ma né ieri né oggi ho mai sentito il vento provenire da lì! Durante la traversata ha praticamente cambiato direzione ogni tre ore: N, E, S-W, N-E… ovunque ma mai N-W!
Sono sicuro… Noè sarebbe morto se avesse ascoltato i bollettini meteo!

H 14:20
La costa corsa prosegue tranquilla alternando spiaggette irraggiungibili e alte pareti rocciose in un spettacolo suggestivo. Il cielo è azzurro con qua e là qualche pecorella smarrita… all'orizzonte una leggera foschia ovatta le montagne a strapiombo sul mare, rendendo il tutto "misterioso e affascinante".
Devo ancora finire il resoconto di ieri e, incredibile a dirsi, manca ancora lo scenario più "poetico"!
…questa volta furono le grida di mia mamma a svegliarmi, ma non di paura: mi chiamavano perché uscissi a vedere le stelle! Erano tantissime, la via lattea tagliava il cielo a metà e tutte le costellazioni erano ben visibili. Riconobbi subito l'Orsa Maggiore e da lì la Stella Polare, perfettamente alle nostre spalle dato che stavamo andando verso Sud.
All'orizzonte, davanti a noi, potevo scorgere la cittadella fortificata che sovrasta Calvi: un castello illuminato su un promontorio dominava il mare in silenzio.
Sullo sfondo le mille luci colorate di Calvi, un grazioso paesino di mare pieno di vita fino a tarda notte… ed era davvero tardi allora! Senza accorgermene avevo dormito fino a mezzanotte. Fu in questo buio costellato da bagliori di cielo e di terra che entrammo in porto, ormai a notte inoltrata… nessuno venne ad accoglierci… ci infilammo nel primo buco disponibile e ormeggiammo la barca (ormeggiare è il sinonimo di parcheggiare, solo che il primo si usa in mare!)
Dopo aver legato la barca al molo scendemmo per ammirare meglio il posto. Mia madre tirò fuori birra fredda e lemoncello e bevemmo allegramente felici di essere arrivati (vivi!) con diverse ore di anticipo (invece di 24 ore ne impiegammo solo 18). Tutti gli altri erano ben vestiti perché di notte in mare fa molto freddo, io non potevo coprirmi troppo soprattutto nelle parti basse perché il fondoschiena bruciato mi faceva troppo male, e ancora adesso, mentre sto scrivendo, ho difficoltà a sedermi!
Dopo aver sbevazzato abbondantemente (in realtà l'unico che bevve il lemoncello fui io… gli altri si accontentarono di una birra) io e Fulvio optammo per un gelato, nonostante fossero già le due e mezza di notte! Con estremo dolore mi infilai un paio di pantaloni (non volevo essere arrestato per oltraggio a pudore!) e ci incamminammo dal porto verso il lungomare. I negozi nel frattempo avevano chiuso, solo un barista che stava ripulendo le sedie fuori, impietositosi, ci fece prendere il tanto sospirato gelato. Dopo una breve passeggiata tornammo in barca, morti di sonno dato che ormai erano già le tre e ci addormentammo felicemente per svegliarci il giorno dopo, cioè oggi, a Calvi… il resto l'ho già raccontato…


Ajaccio  20-07-98

H 18:20
Avevo appena finito di "recuperare" il filo della storia, che un nuovo "buco" dilania questo diario… dal primo pomeriggio del 19-07 sono successe molte cose con ben 50 miglia di differenza!
…la costa Ovest della Corsica continuava frastagliata, eravamo riposati e contenti, la meta non era lontana e in effetti la tappa Calvi-Girolata, solo 15 miglia, sarebbe stata la più corta dell'intero viaggio. Incredibilmente per un paio d'ore il vento soffiò da N-W!!! Sono comunque sicuro che sia stato un caso… questione di probabilità… nei giorni precedenti aveva spirato da ogni parte, nonostante le previsioni insistessero sul Maestrale, prima o poi doveva girare anche di lì! Sta di fatto che un bel venticello da N-W era proprio quello che ci voleva per raggiungere la Girolata, saremmo arrivati per le cinque del pomeriggio, in tempo per trovare un buon approdo all'ancora, dato che lì non ci sono porti. Durante la navigazione decidemmo di passare tra un promontorio (penisola Palazzo) e un'isoletta (isola di Gargallo), un passaggio grandioso e impressionante fra le due muraglie di rocce rosse a picco. La difficoltà fu duplice ma ne valse la pena: la profondità ridotta e l'esigua larghezza non ci impedirono di passare e di scattare anche alcune bellissime foto col sole all'orizzonte. 
Io e Fulvio avvistammo anche tre caprette sullo spuntone di roccia collegato alla terraferma che saltellavano da un arbusto all'altro.
Superato il "passaggio del Gargalo" (questo è il suo nome) entrammo in una serie di golfi via via più piccoli a mo' di scatole cinesi per arrivare, dopo il "golfo di porto" e il "golfo di Girolata", alla Girolata vera e propria, un'insenatura naturale stupenda. Sfortunatamente il porto era pieno di barche, ma in Luglio e Agosto è abbastanza raro, se non impossibile trovare deserto il golfo; abbiamo comunque trovato un buon ancoraggio a 50 m dalla spiaggia, poco dentro l'imboccatura della baia.
Accaldati per la navigazione ci gettammo subito in acqua per una (faticosa!) nuotata fino a riva e ritorno. Senza che me ne accorgessi erano già arrivate le sette di sera… dopo aver gonfiato il gommoncino tornammo a riva (in abiti "civili") per andare al ristorante. La vista che si godeva dal nostro tavolo era impagabile… dominavamo tutta la zona che poeticamente si oscurava al calare del sole per lasciare posto alle miriadi di stelle non offuscate dalla luce elettrica.
La cena fu ottima: zuppa di pesce, filetto di carne, contorni vari e gelato… mangiai tutto con gusto senza rendermi conto che il giorno dopo il mio stomaco me l'avrebbe fatta pagare! 
…senza accorgermene ho scritto per un'ora! I miei sono usciti con Fulvio, Tiziana e Sandro (che ci hanno raggiunto oggi qui ad Ajaccio) per andare a farsi un bagno… non sono ancora tornati! Dovrei smetterla con queste brusche interruzioni… di questo diario si capirà ben poco… ma in fondo è difficile scrivere in barca!
Nel silenzio del porto posso finalmente "ammirare" Ajaccio che… fa schifo! Almeno in confronto a Calvi e altri posti… il fatto è che è troppo grande! Sembra più qualcosa tipo Loano o San Remo, che un grazioso porticciolo della costa corsa. 
Tornando alla Girolata e precisamente alla sera, o meglio alla notte dato che ormai, finita la cena, si erano fatte le 11, devo ammettere che in effetti in quel paradiso mancava qualcosa… una doccia d'acqua dolce! Del resto non si può avere tutto…
Dopo cena tornammo in barca col gommoncino (altra remata!) dove, seduti in pozzetto, passammo un'oretta ad ammirare le stelle e bere lemoncello, immersi in una pace sovrannaturale, stanchi ma soddisfatti. Vidi anche due stelle cadenti… non le solite piccoline… delle saette luminose che squarciavano il cielo lasciando la loro scia per qualche secondo! Probabilmente ne passarono molte altre, ma io ero troppo stordito per vederle… e poi due desideri bastavano, soprattutto perché riguardavano la stessa persona!
Passammo la notte all'ancora e alle 7:30 del giorno seguente "suonò la sveglia" (cioè mio padre iniziò a rompere le palle).
Capii subito l'errore che avevo fatto… praticamente ero immobilizzato dal mal di pancia, e non avevo neanche "le mie cose"! mi alzai a fatica e uscii dalla barca cercando di sboccare fuoribordo per liberarmi ma, nonostante avessi una forte nausea, purtroppo non vomitai… e fu un peccato veramente perché almeno mi sarei liberato! Invece Dio, come se volesse punirmi, mi lasciò quella complicata digestione come compito per le prossime 4 o 5 ore, cosa che, con enorme gioia, mi fece star male fino alle tre del pomeriggio… cazzo!!! Mia madre cercò di "salvarmi" con una specie di intruglio frizzante ma l'effetto, evidentemente, non fu immediato. In effetti già la notte aveva preannunciato una digestione "complicata"… rimasi sveglio ad ascoltare la musica fino alle tre, ma sul momento avevo dato la colpa alle chiappe bruciate che impedivano di trovare una posizione comoda, come fanno ancora adesso mentre scrivo, appoggiandomi sulle ginocchia, accovacciato nel pozzetto.
Rimasi tutta la notte stordito, lottando nuovamente come il primo giorno, tra calci nello stomaco e pugni in testa, addormentandomi e svegliandomi continuamente.
Ero in uno stato abbastanza confusionario, mi sentivo debole e spossato, c'era poco vento e continuavamo a ciondolare! Mia mamma e Fulvio si fecero un bagno per rinfrescarsi mentre io continuavo a cercare un po' di ristoro all'ombra delle vele.
Ovviamente il caro Dio non aveva ancora infierito abbastanza (con tutto il mio rispetto ovviamente!)… mentre, con grande difficoltà e mancanza di equilibrio, aiutavo mio padre a ritirare lo spinnaker (quella vela grossa e colorata) con grande sfiga mi beccai un gancio di ferro in faccia (il gancio che c'è alla fine della vela per fissarla all'albero)… e non lo presi in un posto qualsiasi… ma nell'occhio!!!  Ero incazzato, sfiduciato, stanco e dolorante! Non avevo voglia di fare niente e un grosso nodo alla gola mi impediva di parlare… sull'orlo di piangere mi sedetti a prua sulla zattera di salvataggio… non era tanto la "ganciata nell'occhio" che mi abbatteva… ma la stanchezza accumulata, la mancanza della persona amata… la paura di perderla… il terrore che si dimenticasse di me… delle mie carezze… dei miei baci… tutto per un mese in Sardegna!
Arrivai ad Ajaccio di pessimo umore e il posto non aiutò il mio cuore a risollevarsi… una cittadona: cubi di cemento incastrati tra le montagne e il mare, in un posto che sarebbe stato fantastico se non ci avessero costruito niente!
La prima cosa dopo l'attracco al molo fu il bagno! La spiaggia, all'ombra delle mura di una fortezza, non era per niente brutta… l'acqua era pulita e la sabbia fine… strano! Lì vicino c'era un porto dove arrivavano traghetti grandi come la Tirrenia!
Tornato in barca iniziai a scrivere… e non ancora finito! 


Porto Taverna 23-07-98

H 14:00
Sono in paradiso!
Seduto sotto l'ombrellone in riva al mare, davanti ad un'acqua trasparente di un verde surreale, giochicchiando con i piedi nella sabbia, finalmente riprendo a scrivere questo diario, abbandonato tre giorni fa per il troppo vento e per la mancanza di tempo. Siamo arrivati ieri pomeriggio… ma la "narrazione" è rimasta ad Ajaccio! 
La sera uscimmo tutti assieme per andare al ristorante… trovammo un grazioso localino in un vicolo che dal lungomare portava verso l'interno, verso le montagne, tra due strette file di vecchie case.
Memore della cazzata fatta alla Girolata mangiai di meno! Insalata di mare, filetto di pesce, formaggio e creme caramel… non proprio leggerissimo ma comunque niente in confronto alla bistecca e alla zuppa di pesce (5 porzioni!) della sera precedente. Finita la cena andammo in giro per la città… perché davvero si trattava di una città data la grandezza… una tipica città ligure! Non so perché ma mi venne in mente Sanremo… già… forse so il perché! Girando per negozi comprai altre cartoline, sempre per la stessa bellissima ragazza, una fata dai lunghi capelli castani che continuava a venirmi in mente. Fu quando io e Fulvio decidemmo di prendere un gelato che ci separammo dal resto della "ciurma"… un gelato buonissimo: menta e cioccolato… enorme… dolce... fresco… colorato! Tornando alla barca, sempre con mio fratello, mi fermai a vedere delle bancarelle vicino al porto… cercavo qualcosa che mi mancava… un ciondolo d'argento con una pietra azzurra incastonata nel mezzo. Non ne volevo uno uguale, perché l'originale e unico l'avevo regalato ed ero contentissimo che ce l'avesse quella persona… ma desideravo qualcosa di strano… particolare… che mi attirasse come aveva fatto l'altro. Comprai una buffa collanina con una conchiglia e un pezzo di plastica verde che sul momento mi aveva affascinato… ma che adesso mi fa schifo e non so più neanche dove sia!
Stanchi per la lunga giornata tornammo in barca e stranamente i miei non erano ancora arrivati! Li aspettai guardando le stelle… come al solito… seduto sul ponte della barca… sospirando e pensando alla… sì… sempre alla stessa persona!
Quando arrivarono gli altri restammo ancora un po' fuori a bere un po' di lemoncello… l'ultimo rimasto nella sottile bottiglia, per poi andare a letto e prepararci per quella che sarebbe stata la giornata più pesante di tutta la traversata!

H 14:30 
Sono sempre qui… all'ombra… tranquillo… mio fratello, Andrea e Camilla sono andati a farsi una passeggiata sulla spiaggia. Da Tavolara soffia un leggero venticello, ideale per rinfrescare questa calda giornata di Luglio. Non mi sembra vero… dopo tanto tempo sono di nuovo seduto in una cartolina!
…21 luglio 1998… sei di mattina… Ajaccio… partenza per Bonifacio… inizia l'incubo!
Il vento ululava da sud-est… Scirocco… altro che Nord-Ovest… ce l'avevamo perfettamente in faccia… come le onde, del resto, che non facevano altro che sbatacchiare la barca su e giù, in un moto caotico che spezzava il fiato!
Io non mi svegliai subito, quando mi alzai eravamo già partiti da un'oretta (ho il sonno pesante in barca!)… capii immediatamente però di essere la persona sbagliata al momento sbagliato: svogliato e per nulla interessato alla vita di mare mi trovavo davanti alla sua furia… e non ne sarei uscito per le prossime 14 ore! Vista la situazione mia madre mi offrì subito una xamamina  che purtroppo però mi diede solo la mazzata, senza farmi addormentare.
Le miglia da percorrere sulla carta erano tante… ma non potevamo questa volta andare a motore dritti a Bonifacio perché da solo contro il vento e le onde il nostro povero 25 cavalli non ce l'avrebbe fatta (NOTA: Si vede che ho cambiato penna a metà pagina?) Dovevamo andare a vela, bordeggiando e virando continuamente! Solo la sera ci saremmo resi conto anche di un errore di rotta che ci portò a fare quasi il doppio della "strada"!
Il vento, impetuoso e tagliante, frastagliava le cime delle alte onde alzando nuvole d'acqua che si abbattevano sulla mia faccia, distrutta dal sale e dal sole. 
Non potendo assolutamente andare sottocoperta, dove tutto crollava per i continui sballottamenti, per evitare di bruciarmi, sdraiato sopravento tra la rete esterna e la cabina, avvolsi la faccia in una federa bianca e le gambe in un asciugamano. Così immobilizzato, cieco e infreddolito, passai qualche oretta, combattendo come al solito  con il mal di mare che come un amico fedele era sempre pronto a venire a trovarmi nei momenti più opportuni… per lui! 
Dopo un po', quando anche l'asciugamano e non solo la federa era completamente inzuppato di acqua salmastra, iniziai ad avere veramente freddo! Il vento e le onde non avevano alcuna intenzione di fermarsi e nonostante il sole di Luglio fosse alto nel cielo e neanche una nuvola osasse sfidare la potenza del vento macchiando di bianco quel limpido azzurro una lama ghiacciata… una frusta salata… una lancia affilata continuava  ferirmi, abbattendo quel corpo già distrutto dalla nausea. Tutto quello che mangiai fino alle dieci di sera fu un misero pezzo di pane vecchio e duro, che secondo mia madre avrebbe dovuto farmi stare meglio, inzuppato dagli schizzi d'acqua salata, infilato ogni tanto sotto la federa fino alla bocca, tra le labbra secche e spaccate e poi giù, fino allo stomaco sconvolto dal mare.
Le ore passarono lente e pesanti in quelle condizioni estreme e ogni minuto sembrava eterno, cadenzato del rumore delle onde che si infrangevano contro la prua e dallo sbatacchiare delle vele dietro le improvvise raffiche che variegavano il fluire "monotono" del vento. In quel saliscendi era impossibile anche muoversi e l'immobilità rendeva ancor più penosa quella difficile situazione.
Il raro momento… quella "particolare" combinazione che non aveva fatto altro che "infastidirmi" per tutta la giornata, non impedì a me e a mia madre di litigare!
Dato che ormai da tempo mi era venuto in mente un regalo da fare alla mia bella un po' "dispendioso", con la mia "intelligenza impulsiva" decisi che il momento più adatto per chiedere soldi a mia mamma era quello… come è facile sbagliarsi! Ottenni minacce… o forse promesse di non avere più una lira perché avevo troppo e chiedevo sempre di più, che non meritavo niente perché non facevo niente… forse ha ragione… ma comunque non smetterò mai di chiedermi perché mia madre non fa altro che trovare e valutare i miei lati negativi, sminuendo quello che faccio e criticando ogni cosa… non riuscendo ad apprezzare quelle "poche buone cose" che ogni tanto impegnano la mia vita. Non mi reputa un buon figlio, ma forse chiede troppo da me.
Quella litigata, tipica tra me e lei ma così diversa in un momento come quello, di sicuro non mi aiutò a passare, almeno psicologicamente, in maniera serena il resto della giornata che, nonostante fossero già le cinque, mi sembrò interminabilmente lungo.

H 16:30
E' da due ore e mezza che scrivo! Gli altri hanno già fatto il bagno e adesso si stanno mangiando un gelato sdraiati sulla sabbia al sole… assieme.
Mi hanno chiamato un'altra vola… mi hanno chiesto di stare con loro… da un po' di tempo sono diventato un solitario… o forse la loro compagnia, adesso mi sembra inutile rispetto a quella della mia amata a cui mi ero abituato. Comunque, adesso, nonostante tutto andrò con loro, continuerò il racconto più tardi…


Porto San Paolo 24-07-98

H 10:30
Lo sciacquettio della "girella innaffiatrice" è l'unico rumore che turba la pace del silenzio nel giardino di casa mia. Il villaggio è ancora deserto, qui in Sardegna la vita comincia più tardi… dato che si protrae fino a tarda notte! Le cime degli oleandri ciondolano pigramente sospinte da un leggero soffio che spira dal mare, in una danza sinuosa che incanta lo sguardo… sono tranquillo… ho appena fatto colazione seduto all'ombra, al fresco della tettoia e il momento ha risvegliato il desiderio di scrivere e di continuare quello che ormai sta diventando più di un semplice "diario di bordo". 
…con grande sorpresa da parte di mio padre le condizioni atmosferiche non migliorarono con l'arrivo della sera… davvero insolito… ma per le Bocche di Bonifacio, davvero una terra tempestosa, lo Scirocco da Sud-Est era il vento ideale per incanalarsi tra la Corsica e la Sardegna agitando il mare e gli animi degli sventurati che avevano osato attraversarlo. Il porto era lì, davanti a noi quando, presi dalla disperazione, provammo ad ammainare le vele e proseguire a motore, nella speranza che ce la facesse contro quelle onde che sembravano girare, sospinte da una forza misteriosa, per venirci sempre in faccia.
Il porto era lì, sempre lì, vicino e irraggiungibile come un pacco di biscotti su una mensola troppo alta per un povero bambino che non ha sedie su cui arrampicarsi… e noi eravamo davvero bambini sperduti in un gioco più grande di loro. Quell'ultimo breve ed eterno passo finì alle nove di sera, dopo 14 ore di sofferenza, quando mio fratello saltò sulla banchina del benzinaio per ormeggiare… il porto di Bonifacio era qui… incredibilmente era davvero qui attorno a noi… ma pieno! L'unico approdo "sicuro" rimasto era purtroppo solo il piccolo pontile di cemento del distributore, ma in quella situazione non eravamo davvero in condizioni per protestare e con gioia, almeno di essere arrivati, ci accontentammo. Come al solito… e come abitudine non è niente male… mi preparai per andare al ristorante, e lì nel Porto di Bonifacio ce n'erano davvero tanti! Come se la "legge del contrappasso" guidasse la nostra scelta, tra tutti i localini in riva al mare decidemmo di fermarci all'unico al chiuso…-di acqua ne avevamo vista abbastanza!
Mangiai di gusto e questa volta la "pesantezza" delle nostre portate aveva davvero superato ogni limite: tagliatelle e cinghiale!
Dopo il gelato, ormai di rito, tutti si ritirarono "nelle loro stanze" per una "lunga" notte di sonno… ma io no… ero troppo sveglio o forse troppo agitato e nonostante fossi giustamente stanco non andai a dormire e optai per una passeggiata notturna.
Proprio sopra il porto era stato costruito, centinaia o forse migliaia di anni fa, una roccaforte scavata nelle alte pareti rocciose bianco latte e quasi magicamente fu proprio il fascino di quell'antico castello ad attirare i miei passi… da solo, con la mente che correva continuamente alla ragazza amata e immaginava quella camminata con lei, mi avventurai per 140 pesanti scalini, fino ad un sentiero, per arrivare alle mura della fortezza dove correva una strada panoramica tutt'intorno. Da quell'altura, teatro di antiche battaglie, la vista del mare e delle muraglie calcaree a strapiombo sull'acqua  toglieva il respiro e il manto di stelle si perdeva all'orizzonte nel cupo della notte risvegliando tristi pensieri di solitudine… sulle rive di quelle mura di pietra mi sono seduto e ho pianto… era la paura di perderla ancora… l'ansia di rivederla… la mia fragile psiche provata dallo sforzo di quella giornata non aveva resistito a quella malinconica notte. Quando tornai in barca erano ormai passate due ore… tutti dormivano profondamente all'una di notte in un profondo silenzio e anch'io non ci misi molto ad addormentarmi, desideroso di partire la mattina seguente per Porto san Paolo… finalmente.

Mura di pietra
Di guerre passate
Eterno ricordo
Sul mare
Non sento
Grida lontane
Impregnate nel vento
Ma un pianto
Di tristi memorie
Nell'Eco salato


Porto Taverna  25-07-98

H 14:45
Oggi è sabato… Porto taverna e pieno e sulla spiaggia si fatica a camminare non solo per il caldo ma anche per le persone, gli ombrelloni e gli asciugamani che tappezzano la sabbia.
Qualche vela all'orizzonte si muove velocemente trascinata dal vento che qui non manca ormai da diversi giorni.
Tavolara si alza come una sfinge sul mare lontano, maestosa e imponente domina la calma circostante aspettando paziente chissà chi o che cosa… l'ultimo giorno, mancano solo una manciata di ore, un'ultima ombra da rischiarare e il racconto di questa traversata spossante sarà finito.
…Presto… partimmo molto presto da Bonifacio nella speranza che il vento si fosse placato… ma io dormivo ancora e non mi sarei svegliato prima delle nove, quando per spezzare il viaggio ci fermammo a Spargi, un'isoletta a Nord della Sardegna nell'arcipelago della Maddalena famosa per le sue calette. Nonostante fosse abbastanza presto, almeno per l'orologio estivo, già arrivavano i primi turisti e il porto, bellissimo e deserto, si sarebbe riempito furiosamente nel giro di qualche ora… ma noi non avevamo così tanto tempo! Il bagno fu veloce ma rinfrescante, dopo una notte in una "cuccia" era proprio quello di cui avevo bisogno! Lasciammo quella piccola insenatura naturale dall'acqua smeraldina dopo neanche un'oretta, quando il numero dei nuovi arrivati non era più contabile su una mano sola… altri lidi ci attendevano quella stessa giornata. Pensandoci adesso sembra impossibile… il giorno prima vento e mare sconvolgevano il paesaggio ma appena usciti dalle Bocche, d